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Fila d’attesa

Marco stava lì fuori ad aspettare da un’ora: davanti a lui attendevano in piedi altre duecento persone, era mezzogiorno, caldissimo, sul campanile luccicava una croce di metallo.

Si scatenò una rissa, chi spintonava, chi resisteva, chi si infilava. La fila si ricompose solo all’urlo di una sirena, un vecchio era svenuto. Arcigni militari di leva passeggiavano ai lati della fila, mantenevano l’ordine, brandivano manganelli.

Marco pensò che per le tre ce l’avrebbe fatta, poi sarebbe corso a casa per guardare la partita alla televisione, c’era l’ultimo derby per il campionato delle tre confederazioni, bisognava non perderne l’inizio. Improvvisamente piombarono le nuvole, si alzò il vento, Marco sperò che non piovesse, invece cominciò. Come lui tutti quanti se la presero contro il tempo dispet­toso, erano sudati, si bagnarono come pulcini.

Alle tre in punto toccò il suo turno: finalmente l’attesa era pre­miata, Marco si dispiaceva solo che altri due o tre vecchi fossero svenuti nel frattempo e alcuni bambini avessero desistito per la fame, il sole a picco e poi la pioggia.

“Allora, Marco, ecco un po’ di zuppa anche per te!” sospirò il prete esausto “E un po’ di pane. Portalo dai tuoi”.

Marco s’infilò il pane in tasca, sorbì la zuppa avidamente e corse a casa. Erano già tutti alla televi­sione. Invece della partita c’era il telegiornale a reti unite, tutte e quarantotto le emittenti trasmettevano la stessa cosa, perfino il canale 36 era occupato.

“Il Capo dello Stato e Primo Ministro ha ottenuto la reiterazione della carica dal Parlamento per altri otto anni. Nel proclama alla Nazione annuncia un altro milione di occupati in più per il pros­simo anno”.

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Climbing on

La scalata si preannunziò faticosa come previsto, *** era determinatissimo - armato di viveri, chiodi, mar­telli, piccone, funi, catene - *** guardava il cielo fucsia amianto, si arrampicava.

“Ce la devo fare a tutti i costi” ripeteva tra i denti, deciso “Farò le foto con l’autoscatto, i giornali devono parlare di me. Mi faranno le interviste!”

*** si aggrappava accanitamente lungo la parete grigia e rossa, vi scivolavano le mani, la superficie si restringeva progressivamente, l’aria diventava irrespira­bile, l’ossigeno diradava, gli scarponi poggiavano a fatica sugli ultimi anelli di metallo.

Mise in fallo un piede, per un secondo volteggiò in aria, cadde, le funi lo trattennero, spenzolava paurosa­mente, a fatica ritornò in posizione eretta, dondolò come in un’altalena, allargò le braccia, abbrancò la parete, il muro era tiepido.

Tra dense ondate di fumo e vapore giunse alle vetta. A quel punto si legò con tutte le forze a un appi­glio che sporgeva, le funi tiravano, arrotolate più volte, strinse le catene at­torno a sé. Guardò di sotto:

“Domani la fabbrica non deve chiudere!” urlò con quanta più voce aveva in corpo “Non scenderò più dalla ciminiera!”

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